Guerra in Siria 2013: cause, protagonisti e retroscena

Guerra in Siria 2013: cause, protagonisti e retroscena

Guerra in siria: immagini e protagonisti

La Siria vive ormai da oltre due anni una guerra civile che lacera il paese e miete vittime, centomila secondo diverse fonti, comprese le Nazioni Unite, tra militari, ribelli e soprattutto civili inermi. Le cause sono molteplici e su più livelli, da quello locale fino a quello internazionale, senza dimenticare le motivazioni economiche. Fin dall’inizio le proteste pacifiche, nate sull’onda delle rivolte della Primavera Araba, avevano preoccupato gli analisti più attenti. Bashar al-Assad guida il paese dal 2000, dopo essere succeduto al padre Hafiz al-Assad, il Leone di Damasco: colui che doveva rappresentare le speranze di rinnovamento dei siriani, si è trasformato in uno spietato dittatore. In realtà, dietro la patina di occidentalizzazione e aperture moderate dei primi anni, Assad ha sempre mantenuto il paese sotto una cappa di repressione.

  • Guerra in Siria
  • Contro e pro Assad
  • Le forze di opposizione
  • I ribelli siriani
  • Più di centomila vittime

Dal 2011, quando la popolazione siriana ha iniziato a scendere in piazza, la situazione è degenerata fino a diventare una guerra civile a tutti gli effetti. I tanti problemi della Siria sono esplosi sotto l’uso della violenza da parte del regime a cui i ribelli hanno risposto con le armi. A voler semplificare, il conflitto siriano si può riassumere nello scontro pro o contro Assad, attuale presidente e membro della famiglia che governa il paese da 43 anni, osteggiato dalle forze di opposizione della Coalizione nazionale siriana.

In realtà, la situazione è molto più complessa: non si può dimenticare la componente religiosa. Assad è di fede alawita, quindi sciita, e governa un paese a maggioranza sunnita, in cui vivono altre confessioni come drusi, ebrei e cristiani, senza dimenticare l’etnica dei curdi.

Non solo. Il terrorismo di matrice islamica in Siria ha mostrato le sue diverse facce con Hezbollah e Al-Qaeda schierati su fronti opposti, il primo pro Assad, il secondo tra i ribelli. Le grandi potenze occidentali, soprattutto USA e Russia, vedono la crisi siriana come l’ennesimo terreno di prova per mostrare chi i muscoli (Putin), chi di essere ancora il baluardo della democrazia (Obama).

Le cause economiche infine: petrolio e gas naturale, con produzioni che sono in calo ma che comunque rappresentano una voce importante sul mercato globale. La Siria è poi in una posizione strategica, una porta d’ingresso per le potenze arabe nel Mediterraneo. Insomma, una serie di cause che si intrecciano tra loro, rendendo molto difficile una soluzione semplice e lineare.

Il conflitto e la sua evoluzione

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L’inizio delle ostilità si colloca nel momento delle rivolte arabe, Egitto in primis: da piazza Tahrir il vento di protesta e le richieste di modernità si diffondono in tutta l’aria mediorientale, arrivando anche a Damasco.

Nel marzo 2011 la popolazione siriana scende in piazza per chiedere le riforme necessarie a disegnare un paese più moderno e democratico: il giovane presidente, uomo colto e contemporaneo, aperto all’Occidente e che avrebbe dovuto dare il via a una nuova fase di modernizzazione, sceglie la via della repressione violenta. Assad risponde con l’invio dell’esercito e si iniziano a contare le vittime tra i manifestanti. Le proteste più accese arrivano dal sud del Paese, dalla città di Dar’a: ai funerali delle vittime si spara ancora e la violenza prende il sopravvento. Assad promette le riforme, la lotta alla corruzione, l’aumento dei salari, ma inizia anche a puntare il dito contro i ribelli, fomentati da forze straniere.

La miccia è accesa: le proteste si spostano nelle città, Damasco in primis, poi Homs, Aleppo: il paese cade in preda a una spirale di violenze, mentre il fronte dei ribelli si diversifica. Per il governo si tratta di “terroristi armati“, mossi dalle potenze occindentali e non che puntano a controllare il paese: nel 2011 nasce il Consiglio Nazionale Siriano come autorità politica contrapposta ad Assad, con Burhan Ghalyun primo presidente.

Il 2012 vede un’escalation di violenze: iniziano i raid aerei delle forze armate governative, mentre i ribelli si riuniscono nella Coalizione Nazionale Siriana, guidata dall’imam sunnita e ingegnere Moaz al-Khatib.

Da entrambe le parti arrivano accuse di violenze, torture, violazione dei diritti umani, fino all’episodio che scuote definitivamente le coscienze dell’Occidente: la morte di oltre mille civili tra cui centinaia di bambini, secondo l’opposizione con l’uso di gas nervino.

Cause interne

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Lo scontro tra i sostenitori di Assad e i ribelli nasce da una situazione di stallo violento che vige nel paese da anni. La Siria ha una composizione etnica e religiosa complessa: quello che fece Hafiz al-Assad, padre dell’attuale presidente, fu dividere il più possibile i gruppi religiosi in altrettanti gruppi sociali ed economici, dando agli sciiti-alawiti grande potere, ma rendendo i gruppi tra loro impermeabili. Le aperture nei confronti dei sunniti, e una maggior attenzione alle campagne, servivano a dare una patina di stabilità al paese: è vero che comandiamo noi, ma tutti possono partecipare alla spartizione del potere e delle ricchezze.

Bashar al-Assad, secondo molti osservatori, ha avviato fin dal 2000 un processo inverso: centralizzazione del potere e delle ricchezze agli alawiti, abbandono delle periferie e delle campagne sunnite, concentrazione della politica in campo economico, non per alleviare la povertà della popolazione ma per attrarre gli investitori stranieri, aumentando di fatto la ricchezza di pochi.

La Siria vive in stato di stato di emergenza nazionale dal 1962 ed è in perenne conflitto con Israele per le Alture del Golan, territorio siriano ammesso dagli israeliani dopo la Guerra dei Sei Giorni. Questo significa che molti diritti civili sono sospesi e che la tortura può essere usata contro oppositori politici e non. Un solo partito al potere, nonostante ci siano tutte le strutture democratiche con governo e parlamento. Contro Assad si sono schierati diversi gruppi sociali e religiosi, unendo laici ed estremisti, tra cui le milizie di Al-Qaeda. Insomma, una polveriera, a cui le rivolte arabe hanno solo acceso la miccia.

Cause regionali

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Il conflitto siriano tocca tutta la regione. Qatar, Arabia Saudita e Turchia riforniscono gli oppositori del regime; la Giordania tenta di rimanere fuori dal conflitto, anche se guarda con attenzione al fronte dei ribelli; l’Iran, a maggioranza sciita, si schiera con Assad, mentre dal Libano arrivano uomini di Hezbollah.

La Siria ha quindi riacceso un conflitto mai sopito tra i paesi arabi, quelli più conservatori e radicali, che vede per esempio l’Arabia e i suoi alleati contrapposti a Siria o Egitto. È uno degli aspetti messo in luce da Rami Khouri, giornalista del quotidiano libanese Daily Star e direttore dell’Issam Fares institute of public policy and international afairs all’American university di Beirut.

Lo scontro regionale si legge sia sotto il punto di vista religioso che politico-economico. La Lega Araba ha più volte condannato l’uso della violenza da parte di Assad, puntando il dito contro il regime anche sull’uso delle armi chimiche. La Turchia è in prima linea, non solo per la vicininanza ma anche per la questione curda, il cui movimento indipendentista è filo-siriano, ai danni, anche militari, del governo di Erdogan.

Il Qatar è il paese che più preme per un intervento in Siria e non solo per motivi umanitari e religiosi: la parola chiave è gas, la fonte energetica del futuro, di cui il piccolo regno è il maggior produttore al mondo.

La costruzione di un gasdotto che passa da Iraq, Iran e Siria, muovendosi dal più grande deposito al mondo, il North Dome/South Pars, diviso tra Qatar e Iran, ha visto muovere i primi passi con la firma del memorandum di Bushehr, il 25 giugno 2011. Il corridoio, contrapposto al Nabucco, che passa anche dalla Turchia verso l’Europa, vedrebbe il deposito dell’emirato in concorrenza con quello iraniano che invece si aprirebbe una via per il Mediterraneo: tolto di mezzo Assad, il Qatar potrebbe riprendersi il primato, cercando l’appoggio delle componenti sunnite nell’opposizione siriana.

Cause internazionali

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Lo scacchiere si allarga alle potenze mondiali, USA e Russia su tutti. Da una parte l’amministrazione Obama, il primo presidente afroamericano e premio Nobel per la pace ma anche Commander in Chief, capo dello Forze armate a stelle e strisce, Dall’altra Vladimir Putin, il nuovo zar versione 2.0, l’ex spia del Kgb salito al Cremlino dal 2000 e da allora, in un modo o nell’altro, al potere.

Per gli Stati Uniti la Siria è un paese nemico dall’11 settembre, finito nella lista nera, guardato da Washington con molta attenzione. Assad non ha mai rappresentato un vero problema per gli USA: debole militarmente e con una politica estera inizialmente prudente, ha iniziato a essere un problema nel 2011, dopo lo scoppio delle proteste. Nel 2012, Obama stabilisce la linea Rossa, l’uso delle armi chimiche nel conflitto, che avrebbe scatenato l’intervento a difesa del diritto internazionale e della supremazia morale degli USA come baluardo della democrazia. Se si riuscisse a far decadere Assad, il processo di pace potrebbe portare a una Siria più vicina agli Stati Uniti o almeno meno ostile.

Obama però rimane in stallo: formalmente ha deciso, ma attende il via libera del Congresso, come se cercasse un modo per evitare l’inevitabile. Gli interessi americani non sono così pressanti come in Iraq, tanto che la reazione più forte arriva a due anni e centomila morti dall’inizio delle ostilità. In più rimane il fattore Al-Qaeda, che vanta uomini e armi tra le truppe ribelli ad Assad: difficile per gli USA avviare una vera e propria campagna militare sapendo di dover armare il nemico numero uno.

Sull’altro versante, Putin ha da sempre appoggiato Assad, con la Cina e l’Iran. Non c’è solo il sostegno a un regime che, accentrando il potere, tiene a freno le diversità religiose ed etniche del paese, ma c’è anche la possibilità di mostrare i muscoli. La difesa di Assad si iscrive nel progetto del presidente russo di mantenere il ruolo di grande potenza nello scacchiere mondiale, soprattutto nella regione mediorientale dove gli interessi economici si sovrappongono. La Siria diventa così il terreno di scontro, al momento solo diplomatico, delle due grandi potenze mondiali.

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Lun 02/09/2013 da

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Tore 21 settembre 2013 19:39

e tutta una messa in scena vedasi saddam-e altri—dollari e armi volano——infiltrati-missioni per la pace sono tutte sceneggiate—–per risparmarmiare guerre mondiali ci compriamo la gente—–perche’ il mondo eve andare come questi dittatori amanti della loro merdocrazia——ma scusate chi porta al tribunale dell’aia processarli come crimini di pace—————

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