Delitto di via Poma, sentenza definitiva: la Cassazione assolve Raniero Busco

Delitto di via Poma, sentenza definitiva: la Cassazione assolve Raniero Busco

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Delitto via Poma sentenza definitiva, assolto Raniero Busco

La Corte di Cassazione ha assolto in via definitiva Raniero Busco per il delitto di via Poma in cui morì Simonetta Cesaroni il 7 agosto 1990: l'ex fidanzato della ragazza era stato prima condannato in primo grado e poi assolto in Appello

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La Corte di Cassazione ha assolto in via definitiva Raniero Busco per la morte di Simonetta Cesaroni, la giovane di 21 anni brutalmente assassinata con 29 coltellate il 7 agosto 1990 nell’ufficio di via Carlo Poma 2, a Roma. Quello che in tutti questi anni è stato conosciuto come il delitto di via Poma si è chiuso con la sentenza di terzo grado per l’ex fidanzato di Simonetta, al termine di un processo, iniziato nel 2010, a vent’anni di distanza dalla morte della giovane. Condannato a 24 anni di carcere in primo grado, Brusco è stato poi assolto “per non aver commesso il fatto” in Appello. Il procuratore generale Alberto Cozzella aveva fatto ricorso contro questa sentenza: il ricorso della Procura è stato alla fine respinto. A distanza di 24 anni la morte di Simonetta Cesaroni non ha ancora una soluzione

Il delitto di via Poma è uno dei fatti di cronaca nera che più sconvolse l’opinione pubblica: ancora oggi rimangono aperti molti interrogativi su quel pomeriggio del 7 agosto 1990. Simonetta Cesaroni era al lavoro nella sede regionale dell’Aiag in via Carlo Poma: il suo corpo viene ritrovato la notte di quello stesso giorno dalla sorella Paola e dal suo datore di lavoro, Salvatore Volponi. La giovane è stata colpita al volto, al seno, al ventre e vicino al pube, da 29 coltellate, con un tagliacarte: viene trovata per terra con le gambe e le braccia aperte, senza pantaloni e slip che non verranno mai trovati, il reggiseno abbassato ma non slacciato e il top come appoggiato sulle ferite. Sul seno c’è una ferita che sembra un morso: a ucciderla però è stato un trauma alla testa.

Il 3 febbraio del 2010 inizia il processo contro Raniero Busco, all’epoca fidanzato di Simonetta: il Dna estratto dalla saliva presente sui reperti, secondo la scientifica, è suo.

Delitto di via Poma, le foto

  • Il delitto di via Poma
  • Pietro Vanacore
  • Uno strano suicidio
  • Un delitto assurdo
  • Il delitto sconvolse l'Italia
  • Uccisa in ufficio

IL RICORSO DELL’ACCUSA IN CASSAZIONE
Al centro del ricorso del pm Alberto Cozzella in Cassazione c’è la super perizia sul morso trovato sul seno sinistro di Simonetta, che è stata decisiva in appello per l’assoluzione di Busco. Secondo gli esperti non si tratterebbe di un morso, con la dentatura anomala dell’uomo impressa. Ci sarebbero poi tracce di altre persone non identificate sul top della giovane.

Il procuratore contesta i ragionamenti dei periti che hanno azzerato tutto quello che i consulenti dell’accusa avevano dimostrato in primo grado: l’assoluzione arriva, secondo il pm, per una perizia contraddittoria che ha avuto conseguenze “a cascata” sulla decisione del secondo grado.

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La sentenza d’Appello
Il 24 aprile 2012 la corte d’Appello di Roma ribalta la sentenza di condanna del primo grado e assolve Raniero Busco “per non aver commesso il fatto”. Busco è in Aula, attorniato dalla famiglia e dagli amici, e scoppia a piangere. “Da oggi ricomincio a vivere“, aveva dichiarato subito dopo la lettura della sentenza. “È finito un tormento senza fine“, come lo hanno definito gli amici.

Punto centrale è “la prova del morso“, quella ferita sul seno sinistro di Simonetta, che in primo grado era stato ritenuta “la firma” dell’assassino, il segno della dentatura anomala di Busco. Gli esperti della super perizia contestano che sia un morso; inoltre le tracce trovate sul corpetto della giovane sono di altre due persone da identificare.

Il primo grado
Il 3 febbraio 2010 inizia il processo a carico di Raniero Busco per il delitto di via Poma. Le prove scientifiche arrivate 20 anni dopo la morte di Simonetta Cesaroni indicano che c’è il Dna dell’uomo nella saliva estratta dai reperti. Prima di lui era stato accusato il portiere del palazzo, Pietrino Vanacore, poi scarcerato. Il 9 marzo, tre giorni prima della sua testimonianza al processo, Vanacore viene trovato morto in provincia di Taranto, annegato in riva al mare e con una fune legata da una parte a una caviglia, dall’altra a un albero. Uno strano suicidio, ma nella macchina ci sono dei bigliettini d’addio in cui scrive più volte lo stesso messaggio “20 anni di martirio senza colpa e di sofferenza portano al suicidio“. Le analisi sulle tracce trovate sul reggiseno e il corpetto di Simona portano a Busco: la corte lo condanna a 24 anni per il delitto di via Poma.

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Mer 26/02/2014 da in , .

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cesara
Cesara 22 marzo 2012 12:35

Adesso ci sono arrivati che Busco, con il delitto di via Poma non c’entra niente? Leggendo il motivo della sentenza che lo condanna a 24 anni di carcere, si rimane sgomenti per la fantasiosa ricostruzione dei fatti. Busco, grosso modo, sarebbe andato in via Poma e dietro il rifiuto di Simonetta di far sesso l’avrebbe aggredita? Ma se erano fidanzati, che non cisarebbe stata prima o poi l’occasione per farlo? Poi, Busco ha sempre detto che dove lavorava Simonetta neanche lo sapeva. Basta con questo DNA se prima non si conosce l’esatta dinamica dei fatti per circoscrivere eventualmente a chi chiedere il DNA.

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cesara
Cesara 28 marzo 2012 14:57

E’ certo che non è stato Busco, l’assassino. Ricordo ancora bene la ricostruzione del delitto, fatta per la trasmisssione “Telefono giallo” due, tre mesi dopo l’omicidio. Ebbene in quella ricostruzione si capiva benissimo da dove dovevano partire le indagini. Alla fine della ricostruzione si vedeva giungere una Peugeot rossa con dentro tre o quattro giovani, nei pressi del civico 2 di via Poma. ne scende uno e trovandosi al civico 2 chiede ad una coppia che stava uscendo dal palazzo:. “E’ qui via Poma 2?”. Dove la scala b? Avute le informazioni, il giovane si dirige nella direzione giusta, notando sempre, queste persone. la fretta di fare le scale di costui. Se Questo non è un indizio? Chi ha detto al giovane di andare in via Poma 2?. Siccome si è sempre detto che l’assassino abbia telefonato, forse ha telefonato ad un’amico. il giovane in questione,per l’appunto?Poi c’è da chiedersi perchè a via Poma, giungono più persone? Molto probabilmente il giovane al volante è il proprietario della macchina e con questo dato, già, si poteva, attraverso l’Aci conoscere il nome di costui, eattraverso le informazioni dirette od indirette capire quali potevano essere i suoi amici, senz’altro l’assassino uno di questi. L’altro giovane perchè anche lui è insieme agli altri? Tutti amici dell’assassino? Un’altro dato importante da non sottovalutare è che Simonetta prima di andare al lavoro era passata al bar a salutare gli amici come era solita fare. L’assassino non può che essere una persona che conosce e che è sicura, telefonando di trovare a Roma, visto che il mese di agosto tanti se ne vanno in vacanza. Le mie deduzioni sempre riferendomi alla ricostruzione fatta per il “Telefono giallo”.

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Mariangela 26 febbraio 2014 15:51

spero che la cassazione confermi l’assoluzione in appello, se lo merita il povero busco dopo tutto quello che ha passato. e simonetta si merita la verità, non le idiozie che ha messo su il pm e l’ancor più viscido suo perito. ricordo ancora certi pezzi di arringa del pm durante il processo d’appello, che facevano rizzare le carni.

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